Per InterVento – le interviste di Via col Vento – abbiamo intervistato Gianluca Ruggieri, ricercatore all’Università dell’Insubria.
E’ coautore di Civiltà Solare (2016, Altreconomia) e di Che cos’è la transizione ecologica (2021, Altreconomia); conduce Il giusto clima su Radio Popolare, per cui ha vinto la menzione speciale per la radio del Premio Pentapolis “Giornalisti per la sostenibilità 2022”. Ingegnere ambientale, dal 2006 è ricercatore di Fisica Tecnica Ambientale presso il Dipartimento di scienze teoriche e applicate dell’Università dell’Insubria. Socio fondatore di ènostra, la prima cooperativa energetica in Italia.
Nel suo InterVento, Ruggieri ci ha parlato dello stato dell’arte delle energie rinnovabili in Italia, di processi autorizzativi e investimenti; di adeguamento delle reti; di comunità energetiche e del relativo Decreto ministeriale.
Passare dalle parole ai fatti
“E’ arrivato il momento di passare dalle dichiarazioni ai fatti“, afferma il ricercatore a proposito di un comunicato del Ministero dell’Ambiente a proposito di una interrogazione a cui ha risposto Pichetto Fratin in tema di PNIEC (il Piano nazionale energia e clima), “il governo finora ha lanciato segnali molto contraddittori, ci faccia capire che intenzioni ha. Anche a livello europeo“.
“A livello di snellimento di tempi e procedure, sono anni che aspettiamo; anche la definizione delle aree idonee. Discussioni che dovevano esser chiuse dieci anni fa e siamo ancora qui a parlarne.” Serve certezza, prosegue Ruggieri, anche per gli investitori: “L’iter è talmente complesso che chi decide di investire ci si mette solo se è certo di guadagnarci. Quindi snellire le procedure semplificherebbe tutto e ridurrebbe anche i costi“.
Per gli impianti eolici offshore all’estero è molto più semplice
“Nei Paesi dove si sviluppano gli impianti in mare è lo Stato che indica dove è possibile farli e chi decide di investire deve solo stabilire se gli conviene economicamente” sottolinea l’ingegnere. “In Italia accade il contrario, con costi per le imprese più alti ed è chiaro che poi l’energia viene venduta a costi più alti“.
“Se ribaltassimo l’ottica anche in Italia, avremmo molti più impianti, molto più velocemente, dove ha senso farli e a prezzi per l’energia minori”, aggiunge.
In termini di investimenti pubblici, Ruggieri fa notare giustamente che “è necessario investire fortemente nell’adeguamento delle reti di trasmissione e distribuzione“.
Decreto Comunità energetiche, non pervenuto
A che punto siamo sul Decreto per le Comunità energetiche? “Periodicamente si dice a fine mese, e si dice dal maggio dello scorso anno“, risponde Ruggieri. “Il PNRR prevedeva finanziamenti agevolati per 2,2 miliardi, per le CER nei comuni più piccoli, ma il nuovo Ministro ha chiesto all’UE che fossero finanziati anche a fondo perduto“. Quindi il quesito posto è che se si finanzia il fondo perduto, “come si fa a incentivare anche la produzione, se ti finanzio l’impianto?“
Il ruolo delle Cer nella transizione? Più che altro il ruolo che i cittadini possono avere nella transizione, evidenzia Ruggieri. “Ci sono studi che mostrano come il potenziale di produzione diffusa dell’energia rinnovabile potrebbe consentire di arrivare, a metà secolo, di coprire metà del fabbisogno elettrico“.
Ma cosa vuol dire generazione diffusa? “Singoli che fanno l’impianto fotovoltaico sul tetto di casa, Comunità energetiche o comunque impianti collettivi anche integrati e più grandi”. I benefici, conclude l’ingegnere, “o vengono ripartiti tra gli utenti o utilizzato in modo condiviso a livello di comunità e di utilità sociale“.
Come si conciliano industrie energivore e rinnovabili?
“Il problema delle rinnovabili” sottolinea Ruggieri “è semplicemente un problema di quantità e di contemporaneità tra produzione e consumo. Tendenzialmente, qualsiasi industria che utilizzi elettricità, può essere fornita di elettricità da fonti rinnovabili. Se serve tanta energia, c’è bisogno di fare tanti impianti.”
“I settori critici, sono quelli cosiddetti hard to abate (acciaio, cemento, ceramica, chimica, fonderie, vetro), che non sono i settori elettrici”, afferma il ricercatore. Pertanto, in “alcuni settori industriali il fabbisogno non è di elettricità ma di calore ad alta temperatura. Quindi il problema non è quanta energia, ma quale energia. E questo non dev’essere una scusa per non fare 80-85% con le tecnologie esistenti”.
“In generale, nel sistema elettrico, il fatto che le rinnovabili -in particolare solare ed eolico- producano quando c’è sole e quando c’è vento, significa che c’è bisogno di un sistema molto più flessibile che bilanci domanda e offerta istante per istante, per evitare black out di rete. E questo si può fare con sistemi di accumulo, con gestione della domanda, integrando impianti di produzione flessibili. In ogni caso è un ragionamento complesso che va fatto a livello di sistema. Per questo gli investimenti devono andare in questa direzione, più che incentivare le rinnovabili che ormai sono già più convenienti”.
Buona visione e buon ascolto.






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