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NOAA: l’Artico registra il caldo record in 125 anni e il minimo storico di ghiaccio marino

L’Artico ha vissuto il periodo più caldo degli ultimi 125 anni, con temperature che hanno raggiunto livelli record tra ottobre 2024 e settembre 2025. Lo rivela la 20ª edizione dell’Arctic Report Card della NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), presentata il 16 dicembre 2025 alla conferenza dell’American Geophysical Union.

Il rapporto evidenzia come la regione artica si stia riscaldando a un ritmo molto più rapido della media globale, a causa del fenomeno di “amplificazione artica“: la perdita di ghiaccio marino e terrestre riduce la riflessione della luce solare, aumentando l’assorbimento di calore e accelerando il riscaldamento.

Tra i dati principali:

  • L’estensione massima del ghiaccio marino a marzo 2025 è stata la più bassa in 47 anni di rilevazioni satellitari;
  • La tundra nordamericana ha mostrato una vegetazione verde mai così abbondante, segno di profondi cambiamenti ecosistemici;
  • Lo scioglimento del permafrost ha reso oltre 200 bacini idrici in Alaska di colore arancione, a causa del rilascio di ferro e metalli tossici, con aumento dell’acidità delle acque.

Esperti come Steve Thur, scienziato NOAA, sottolineano che “l’Artico continua a riscaldarsi più velocemente della media globale, con l’ultimo decennio che registra i 10 anni più caldi“. Tom Di Liberto di Climate Central definisce l’Artico “il canarino nella miniera di carbone” per il cambiamento climatico globale.

Il rapporto avverte anche sui rischi di tagli ai finanziamenti per i programmi di monitoraggio, che potrebbero compromettere future osservazioni.

Questi cambiamenti stanno stravolgendo ecosistemi e comunità locali, minacciando biodiversità e mezzi di sussistenza. Gli scienziati invitano a rafforzare l’adattamento e ridurre drasticamente le emissioni di combustibili fossili.

Foto cover: Patrick Pleul / dpa / Getty Images; centrale: Un affluente arancione del fiume Kugororuk nella catena montuosa Brooks, nell’Alaska settentrionale. Josh Koch / USGS

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