Abbiamo parlato con Michele Schiavone, responsabile di progetto per il portafoglio eolico galleggiante Italia di Copenhagen Offshore Partners (COP), delle attività nazionali della Divento Energia e delle prospettive dell’eolico galleggiante nel quadro italiano ed europeo (video intervista in calce)
Divento Energia è una partnership tra Copenhagen Infrastructure Partners (CIP, attraverso il fondo “flagship” Copenhagen Infrastructure V), GreenIT, una joint venture tra Plenitude (società controllata da Eni) e CDP Equity (Gruppo CDP) – e i suoi cinque progetti eolici offshore italiani, al largo delle coste di Sicilia, Sardegna e Lazio: 7 Seas Med in Sicilia (250 MW, il primo progetto a ottenere in Italia la VIA- Valutazione d’impatto ambientale per l’eolico galleggiante), Ichnusa Wind Power in Sardegna (0,5 GW con parere positivo della Commissione tecnica VIA dello scorso settembre e in attesa della VIA definitiva), Tyrrhenian WInd Energy nel Lazio (0,5 GW, sottomesso a VIA ad agosto 2023), Poseidon Wind Energy (1 GW) e Nurax Wind Power (0,46 GW) in Sardegna, entrambi sottoposti a VIA a luglio 2024. Un portafoglio complessivo, quindi di oltre 2,7 GW nei mari centrali d’Italia.
Con il dottor Schiavone ci siamo incontrati a Montpellier, alla conferenza FOWT2026 dedicata all’eolico offshore galleggiante. In quell’occasione, dottore, lei ha descritto il portafoglio Divento come “un progetto solido che attende ancora di decollare“.
Gli abbiamo chiesto se “c’è stato qualche movimento concreto da allora? La vostra stima realistica di quale progetto per primo potrebbe arrivare ad avere un CfD, un Contratto per differenza, per procedere poi nelle attività?“
Il CEO Project della Divento Energia ci ha detto che per il 7 Seas Med c’è “l’ambizione che sia il primo gradino per l’intero mercato italiano di industrializzazione dell’eolico flottante.” Per il progetto, ci dice, da circa un anno “su per giù, “abbiamo avviato la pratica di autorizzazione unica che sta entrando, diciamo, nella fase più importante, ovvero la Conferenza dei servizi“. Passando all’Ichnusa, “il progetto al largo del Sulcis, sempre a circa 40 km dalla costa, siamo veramente a un a un passo” e a breve il Ministero può “produrre il decreto ministeriale di Via.” Gli altri tre progetti, aggiunge, Tyrrhenian, Nurax e Poseidon“, diceva giustamente, “sono in fase istruttoria, però non sono fermi.” Il piano “era avere due progetti, Seven Seas e Ichnusa” che “hanno l’ambizione di essere progetti che saranno pronti sui blocchi quando l’altro piano del MASE deciderà di far partire le aste. E poi c’è un’altra parte del portafoglio che dovrebbe rappresentare più il medio lungo periodo delle nostre ambizioni in Italia sull’offshore.“

A Montpellier ha elencato 3 ordini di ostacoli per i Cfd per l’eolico galleggiante: di tipo regolamentare, di tipo tecnico economico e di tipo politico. Sul piano regolamentare, il FER2 è stato elaborato nel biennio 2021-2022, cioè prima di questo ciclo inflattivo sulle materie prime derivanti dal conflitto in Medio Oriente e non prevede indicizzazioni né separazione tra fisso e galleggiante. Nel frattempo poi è arrivato il Decreto legislativo attuativo della Direttiva RED III e poi il Decreto bollette. Questi provvedimenti cambiano qualcosa per voi, la vostra operatività, o il FER2 rimane inadeguato, secondo lei, e servirebbe un intervento specifico?
Il Decreto bollette per Schiavone “potrebbe schiudere effetti di varia natura, però tecnicamente non ha un impatto diretto, positivo o negativo sulle questioni più importanti relative all’offshore. Quindi il focus è il FER due: “il FER2 è stato scritto a cavallo tra il 21 e il 22“; da allora “tante cose sono cambiate“, sottolinea il CEO Project, e “come Divento abbiamo segnalato gli elementi” critici, “che non sono tanti, ma sono strutturali del FER2:
Il primo è quello di aver messo in un unico contingente l’eolico a fondazione fissa e l’eolico flottante.” Questo “è evidente che era un unicum, letteralmente a livello mondiale. Adesso, fortunatamente, il MASE ha aperto una una consultazione il cui obiettivo è quello di apporre un numero limitato ma ben calibrato di misure e aggiustamenti al decreto in modo tale da sanare questi vizi e renderlo quindi funzionale effettivamente alle aste competitive“.
“Il fronte tecnico non è banale. Sappiamo che l’eolico flottante viene da una fase dimostrativa positiva, con una decina di progetti installati oggi in esercizio in Europa: Francia, Regno Unito, Norvegia e Portogallo, che hanno probabilmente il 95% dell’installato. Che è più o 300 MW in Europa, di cui un centinaio scarso nel Mediterraneo, al largo di Marsiglia. E poi in Asia, tra Giappone e Cina c’è un’altro centinaio di megawatt.” Secondo Schiavone, “la sfida è l’industrializzazione, cioè passare a una fase in cui gli impianti vengono costruiti su scala industriale sui 250/500 megawatt ciascuno.” Oggi, aggiunge, “è un dato di fatto che “siamo a livello globale ed europeo ai primi passi nella fase industriale di questa tecnologia; i passi non sono mai banali, hanno sempre inevitabilmente degli elementi di costo impegnativi. Questo, io lo dico sempre, è successo con tutte le tecnologie che oggi sono mature, sia le rinnovabili che le convenzionali.“
Il terzo è “the elephant in the room, l’elemento politico. È evidente -afferma Schiavone- che c’è una riluttanza che va colta, va capita, però va anche discussa. Se è giusto che l’eolico flottante venga esaminato sulla base dei propri costi“, ma anche “dei propri benefici, è importante però che l’esame avvenga davvero.” Il responsabile della Divento spiega meglio: “La politica non si limiti a dire: questa è una tecnologia nuova, quindi è costosa, quindi non va bene, ma che ci sia effettivamente un esercizio trasparente e completo. Sul potenziale, su quello che può dare a livello di beneficio energetico, elettrico e industriale“, concludendo che “è lì che bisogna andare con la politica e non ci siamo ancora arrivati.“
Rimaniamo sulla questione della catena di approvvigionamento. Abbiamo visto in Francia un ecosistema anche industriale oltre che istituzionale, molto forte e molto sviluppato. Abbiamo visto Port La Nouvelle, Sète si sta investendo moltissimo nelle infrastrutture portuali e in anticipo sulle aste. In Italia, invece, i porti potenzialmente coinvolti -Taranto, Augusta, Civitavecchia, Cagliari- sono in una sorta di stato di attesa, potremmo dire speculare rispetto a quello degli sviluppatori: nessuno investe se non c’è visibilità. Senza investimenti portuali i progetti non diventano bancabili. Come si può rompere questo circolo vizioso? Copenaghen offshore partner ha già avviato delle interlocuzioni concrete sotto questo profilo, con qualcuno o più dei porti? Sì, ce lo può dire, naturalmente.
“Prima -sottolinea il manager della Copenhagen Offshore Partners- ho posto l’accento proprio sul ruolo di 7Seas Med, il progetto che più si avvicina a entrare nella nella fase di industrializzazione. Trattandosi di Sicilia, è evidente che abbiamo avuto e continuiamo ad avere ottime interlocuzioni con Augusta, sia a livello di autorità che a livello degli operatori che già sono presenti. Ha ragione lei: c’è questo rapporto di dipendenza che può diventare virtuoso, oggi mostra un elemento vizioso, cioè ciascuno deve riuscire a dare all’altro un segnale e oggi nessuno dei due riesce a darlo.“
Sul tema porti e al parallelo con la Francia, “lì non è solo stato un tema di operatori e porti locali: c’è sempre l’input, diciamo, della policy centrale, perché per rendere un progetto credibile agli occhi di un porto, che sia un’Autorità, che sia un Concessionario, bisogna avere un calendario di progetto credibile. Il calendario di progetto non è credibile (probabilmente per tutte le tecnologie, in particolare nell’offshore) se non sai quando avrai le aste, e ancora di più, è importante averla vinta. Prima sei un’opzione, sei una possibilità ben concepita, interessante, ma sei nel nell’ambito delle opzioni e questo non è terreno di investimenti.”





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